Riavviare i TCC: l'esercito deve combattere, la comunità rifornire
Serhii Pietkov Giurista ucraino, dottore in giurisprudenza, professore Un nuovo contratto sociale per le retrovie ucraine. L'inizio della grande guerra: code davanti ai TCK, armi distribuite dai camion e le prime tragedie dei volontari Febbraio e marzo 2022 resteranno per sempre…

Un nuovo contratto sociale per il fronte interno ucraino.
L'inizio della grande guerra: code davanti ai TCK, armi distribuite dai camion e le prime tragedie dei volontari
Febbraio e marzo 2022 resteranno per sempre nella storia dell'Ucraina come un periodo di caos senza precedenti, coraggio sovrumano e mobilitazione totale dello spirito. Il sistema dei distretti militari (TCK e SP) si trovò allora sotto una pressione alla quale nessuna istruzione scritta aveva potuto prepararlo.
Nei primi giorni dell'invasione su vasta scala davanti ai TCK si formavano code enormi. Uomini e donne restavano in fila per ore non per ottenere un rinvio, ma per chiedere armi e partecipare alla difesa dello Stato. Il sistema non riusciva a registrare migliaia di volontari con le procedure consuete. L'armamento delle Forze di difesa territoriale (TrO) in alcuni casi avveniva letteralmente «al volo»: i fucili d'assalto venivano distribuiti dai camion dietro presentazione del passaporto, perché per la burocrazia semplicemente non c'era tempo.
Nello stesso periodo il paese si coprì di una fitta rete di posti di blocco improvvisati e ufficiali. I volontari, fino al giorno prima civili, pattugliavano le strade ventiquattr'ore su ventiquattro, individuavano i DRG e costruivano barricate. Fu proprio questo scudo vivente, formato da militari di carriera, guardie nazionali e volontari motivati della TrO, a riuscire nell'impossibile: fermare e sbaragliare le unità russe d'élite alle porte di Kyiv, salvando la capitale dall'occupazione.
Ma questa resistenza spontanea e la mancanza di un adeguato coordinamento sul posto ebbero un prezzo terribile e sanguinoso. Il nemico agì con perfidia e crudeltà, fucilando coloro che tentavano di resistere senza una copertura adeguata. A Bucha, la fucilazione dei ragazzi volontari del posto a uno dei primi posti di blocco. Avevano solo armi leggere e una volontà incrollabile, ma si trovarono faccia a faccia con i mezzi corazzati degli occupanti. Il parco dei Lillà a Kherson è uno dei simboli più dolorosi dell'inizio della guerra. I difensori territoriali locali, armati praticamente solo di «bottiglie Molotov» e fucili d'assalto, andarono incontro ai carri armati e ai mezzi da combattimento della fanteria russi. Gli occupanti li fucilarono semplicemente con armi di grosso calibro. L'attacco missilistico all'aeroporto «Kanatove» è una tragedia nella regione di Kirovohrad, dove il colpo nemico uccise i volontari giunti per svolgere compiti e formare reparti.
Questo periodo ha dimostrato la cosa principale: il colossale potenziale della società ucraina e la disponibilità al sacrificio. Allo stesso tempo ha messo a nudo la necessità critica di riformare il sistema di registrazione, mobilitazione e gestione delle riserve. La spontaneità ha salvato il Paese nelle prime settimane, ma per una lunga guerra di logoramento serviva un sistema chiaro, digitalizzato e professionale dei TCK e SP.
Le mezze misure della digitalizzazione e la necessità di un meccanismo amministrativo-giuridico efficace
Nei primi anni della guerra su vasta scala il sistema dei TCK e SP ha compiuto un passo avanti notevole nel campo delle tecnologie. La comparsa e l'avvio del registro elettronico unico degli obbligati al servizio militare «Oberih», così come dell'app mobile «Rezerv+», hanno permesso di alleggerire in parte gli uffici dalla routine cartacea e hanno dato a milioni di cittadini uno strumento comodo per aggiornare i propri dati. Tuttavia la digitalizzazione non è ancora stata portata alla sua conclusione logica e sistemica.
Il difetto principale del modello attuale è la conservazione di approcci punitivo-amministrativi obsoleti all'interno di nuovi involucri digitali. Un esempio lampante è lo status di «ricercato» (la cosiddetta «linea rossa») nell'app «Rezerv+». Nella pratica questo status compare spesso a causa di piccoli errori tecnici, dell'inserimento tardivo dei dati da parte di un operatore del TCK o della banale assenza di un contrassegno aggiornato nel database, anche se la persona ha aggiornato i propri dati.
Invece di una chiara procedura giuridica, questo status trasforma l'obbligato al servizio militare in un «fuggiasco» agli occhi della prima pattuglia che incontra per strada. Ciò genera rischi di corruzione e conflitti e demoralizza la società, benché si tratti di un comune illecito amministrativo che dovrebbe risolversi sul piano giuridico.
Il sistema di gestione di chi viola le regole del registro militare va portato sui binari di una coercizione amministrativa trasparente, per analogia con le pratiche europee e con il sistema in vigore in Ucraina di rilevamento automatico, tramite telecamere, delle infrazioni al codice della strada o della riscossione degli alimenti.
Un modello efficace dovrebbe essere così. Se una persona viola le regole di registrazione (per esempio non si presenta a una convocazione o non aggiorna determinati dati), riceve nel proprio sportello elettronico o tramite il sistema di notifiche statali una comunicazione ufficiale: «Nei suoi confronti è stato redatto un verbale/un provvedimento per illecito amministrativo, lei è tenuto a pagare una sanzione».
Introduzione di un sistema differenziato. Se il trasgressore ammette la propria colpa e paga la sanzione tempestivamente (ad esempio entro 10–15 giorni), versa solo il 50% dell'importo. Se il termine viene superato, la sanzione è riscossa per l'intero 100%, con l'applicazione di una mora per ogni giorno di ritardo.
Per ogni successiva violazione degli obblighi di legge, l'importo della multa dovrebbe crescere in modo proporzionale, esercitando una pressione finanziaria sul trasgressore.
Se le multe non vengono pagate, lo Stato non deve rincorrere il cittadino per le strade. Il caso passa al Servizio di esecuzione, che applica un pacchetto di dure restrizioni di diritto civile, analoghe a quelle per i morosi recidivi degli alimenti. Blocco dei conti bancari e addebito automatico dei debiti. Limitazione temporanea del diritto di guidare veicoli. Inserimento dell'auto del debitore nella lista di ricerca della polizia, con successivo trasferimento al deposito giudiziario durante un controllo stradale.
Il passaggio dei TCK a un simile modello allenterebbe la tensione sociale, eliminerebbe il fattore di corruzione del «fermo per strada» e farebbe sentire ai trasgressori l'ineluttabilità della pena attraverso il proprio portafoglio e la propria comodità. Lo Stato deve combattere chi viola la legge con i metodi del diritto e degli algoritmi digitali, non con la forza alle fermate dei trasporti pubblici.
Sabotaggio sistematico delle riforme: corruzione, «busificazione» e la crisi degli SZCh (abbandono del reparto)
Parallelamente all'imperfezione delle procedure digitali si è aperta una crisi assai più profonda e sistemica. I TCK e gli SP, insieme alle commissioni medico-militari (VLK), hanno di fatto dimostrato la riluttanza a riformarsi dall'interno, conservando le peggiori pratiche del sistema sovietico di coercizione, moltiplicate per le opportunità di corruzione del tempo di guerra.
I media e i notiziari esplodono ogni giorno di notizie sull'arresto di nuovi funzionari del TCK o di capi della VLK. Il cinismo della situazione si misura in somme colossali: milioni di dollari trovati sotto i materassi, l'acquisto di immobili di lusso all'estero e di auto di lusso nella fase più dura di una guerra di logoramento. La corruzione non è più solo un reato, ma una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, perché ha permesso ai cittadini benestanti di «riscattarsi», scaricando l'intero peso della guerra sulle spalle di chi quel denaro non ce l'ha.
L'incapacità (o la non volontà) di organizzare una registrazione civile ha portato alla comparsa dei cosiddetti «gruppi di cattura». Le strade delle città ucraine si sono riempite di auto di pattuglia e minibus senza contrassegni. Le misure di mobilitazione si sono trasformate in operazioni speciali. Il pattugliamento dei quartieri residenziali e il vero e proprio appostamento dei cittadini davanti agli androni. Posti di blocco congiunti dei TCK e della polizia ai principali svincoli, sulle strade e ai punti di incrocio nei centri abitati, che paralizzano il traffico e le attività. «Retate» di massa nei mercati, nei centri commerciali e nei campi sportivi.
Il termine «busyfikatsiia» è diventato un tenace meme popolare che purtroppo rispecchia la realtà: la cattura forzata dei cittadini, spesso in violazione di ogni norma procedurale immaginabile, e il loro ammassamento nei «busiki» (furgoni).
Ma la manifestazione più terribile di questa crisi sono stati i casi documentati di percosse, torture e detenzione illegale di cittadini direttamente nei locali dei TCK e SP. Alcuni casi si sono conclusi tragicamente, distruggendo i resti della fiducia della società nelle istituzioni dei TCK.
Le conseguenze di un simile approccio coercitivo sono catastrofiche per l'esercito. Cittadini condotti con la forza, demotivati e talvolta apertamente russificati o di orientamento antiucraino svolgono l'addestramento militare generale di base (BZVP) solo «sulla carta» o «per costrizione». Ritrovandosi direttamente nei reparti combattenti, questi soldati non sono un rinforzo, ma un fardello critico per i comandanti. Manca loro la tempra interiore per combattere. Alla prima occasione ricorrono in massa allo SZCh (abbandono non autorizzato del reparto). Demoralizzano i reparti di carriera e i volontari motivati.
La quantità ottenuta con la violenza di strada annulla del tutto la qualità della difesa. I TCK, nella loro forma attuale, hanno cominciato a lavorare per il fallimento della mobilitazione anziché per garantirla, screditando le Forze armate dell'Ucraina agli occhi del proprio popolo e dei partner internazionali.
Crisi al fronte e crollo della giustizia sociale
La violenza e il nichilismo giuridico che nascono nella fase del fermo in strada non scompaiono dopo l'invio del mobilitato all'esercito. La cosa più terribile è che i problemi sistemici sono penetrati all'interno della stessa struttura militare, minando definitivamente la motivazione delle persone. Lo spazio informativo e i mass media sono sempre più pieni di titoli su casi scandalosi in unità di guardia, brigate d'assalto e singole formazioni (in particolare i clamorosi scandali attorno a reparti come «Skelia» e altri).
Oggi i militari in servizio, che sopportano tutto il peso della guerra, soffrono di una serie di crisi. Le segnalazioni di soprusi da parte di singoli comandanti incompetenti o «prepotenti», di nonnismo e del trattamento dei mobilitati come una risorsa usa e getta hanno smesso di essere voci isolate e diventano pubbliche. L'assenza di termini di servizio chiari, di regole trasparenti di rotazione e di smobilitazione logora psicologicamente; le persone capiscono che è un «biglietto di sola andata», il che porta al logoramento e alla disperazione. Quando trasferimenti, onorificenze o licenze dipendono non dai meriti ma dalla fedeltà ai vertici, la tenuta interna dell'esercito comincia a sgretolarsi.
Di conseguenza, le reclute e persino una parte dei mobilitati cominciano a temere in modo panico la prima linea – non per paura del nemico in quanto tale, ma per paura di ritrovarsi sotto il comando di persone che non danno valore alla loro vita e non sono in grado di garantire un elementare ordine militare e una logica tattica.
Questa crisi interna all'esercito si scontra con un muro di cemento armato di ingiustizia sociale nelle retrovie. Ogni cittadino – nella trincea come per strada – si pone oggi la stessa domanda: «Perché non prestano servizio i deputati, i funzionari, i procuratori e i loro figli?»
La società vede un contrasto stridente. Una persona comune viene «caricata» su un furgone accanto a una fabbrica o a un mercato e dopo poche settimane spedita nella fanteria d'assalto. Mentre i figli di alti funzionari, deputati e giudici pubblicano foto da esclusive località di villeggiatura all'estero oppure ottengono un «rinvio» e invalidità fittizie tramite commissioni MSEK e VLK corrotte. Gli stessi funzionari, procuratori e agenti delle forze di sicurezza trovano in massa scappatoie legali per restare intoccabili nelle retrovie, riparandosi dietro una registrazione speciale o un rinvio.
La mobilitazione in Ucraina ha smesso di essere un dovere di tutto il popolo di difendere la Patria e si è trasformata in una «tassa sulla povertà e sulla mancanza di conoscenze». Senza una soluzione immediata della questione della giustizia – quando serviranno tutti, indipendentemente da cariche, patrimoni e cognomi – e senza una dura estirpazione della violenza sia nei TCK sia all'interno delle unità militari, nessun registro digitale né alcun aumento delle multe salverà il processo di mobilitazione da un collasso totale.
I presupposti della riforma: tre fattori principali dello stallo sistemico
Esiste una via d'uscita da questa situazione apparentemente di stallo? Senza dubbio sì. Ogni crisi della gestione statale dispone di un proprio strumentario giuridico e organizzativo per risolversi. Tuttavia, prima di esporre il meccanismo passo dopo passo per uscire dal vicolo cieco in cui si sono trovati l'esercito e il potere ucraini, dobbiamo guardare con lucidità e franchezza ai tre problemi fondamentali che hanno formato questo vicolo cieco. Senza la loro comprensione, qualsiasi riforma resterà soltanto una «riparazione cosmetica».
Nonostante i duri metodi di strada della mobilitazione descritti sopra, l'organico reale delle brigate da combattimento resta critico. La «busificazione» fornisce numeri solo sulla carta. Nella pratica l'esercito si scontra con la mancanza di uomini proprio nelle trincee. A causa della scarsa qualità della selezione, delle condizioni di salute insoddisfacenti delle reclute, dei rifiuti di massa e dell'allontanamento arbitrario dal reparto (SZCh), le unità da combattimento sono costrette a combattere in condizioni di costante carenza di personale. Ciò comporta un carico eccessivo su chi è rimasto in servizio e la perdita di territori per la semplice impossibilità di tenere le posizioni.
E, forse, la ferita più dolorosa del sistema attuale: i volontari e gli obbligati alla leva della prima ondata, che consapevolmente si presentarono ai TCC e alla difesa territoriale (TrO) nel febbraio e marzo 2022, sono ancora al fronte. Le persone combattono ormai da cinque anni senza chiare prospettive di smobilitazione né di un riposo lungo e adeguato. L'assenza di durate del servizio fissate per legge (ad esempio 36 o 48 mesi) ha trasformato l'adempimento del dovere costituzionale in un ergastolo ai lavori forzati. Ciò non solo logora i migliori, ma demotiva anche le retrovie: i civili vedono che entrare nell'esercito è un biglietto di sola andata senza diritto di ritorno.
Parallelamente, nello spazio informativo si è sviluppata una tendenza pericolosa: la sistematica svalutazione dell'immagine del difensore. Nei social network, nei media e talvolta anche nelle conversazioni quotidiane inizia a dominare una narrazione distruttiva. I militari vengono sempre più spesso ritratti attraverso il prisma di stereotipi negativi: che tutti avrebbero un grave PTSD (disturbo post-traumatico da stress), sarebbero imprevedibili e soffrirebbero di alcolismo o tossicodipendenza.
Questa stigmatizzazione svolge una funzione doppiamente distruttiva. Giustifica la paura dei civili di fronte alla mobilitazione («non voglio diventare come loro»). E crea una barriera psicologica tra i veterani e la società, approfondendo il baratro e distruggendo quell'unità sulla quale il Paese ha resistito all'inizio dell'invasione su vasta scala. Questo elenco dimostra che la crisi dei TCK ha da tempo oltrepassato i soli distretti militari: è una crisi nazionale del capitale umano in una guerra prolungata.
Guerra cognitiva: come gli errori ucraini sono diventati la principale vittoria del Cremlino
Analizzando questo vicolo cieco, dobbiamo renderci chiaramente conto che i problemi descritti hanno da tempo superato i confini dei meri errori interni del nostro potere o dei vertici dell'esercito. Tutti questi processi si svolgono sullo sfondo di una spietata guerra cognitiva. Gli attacchi informativi, le manipolazioni e l'artificiale esasperazione dei conflitti interni sul piano mentale sono una priorità strategica del nemico. La Federazione Russa agisce secondo il classico principio dell'imperialismo, collaudato nei secoli — «dividi e domina» (divide et impera).
Attraverso reti di bot, canali Telegram anonimi e risorse mediatiche gestite da agenti, i servizi segreti russi colpiscono sistematicamente i punti più vulnerabili della società ucraina, contrapponendo gli uni agli altri diversi gruppi di cittadini. Gli sfollati interni (IDP) contro gli abitanti delle regioni di accoglienza. Chi è partito all'estero contro chi è rimasto sotto i bombardamenti. Le imprese e i civili che cercano di salvare l'economia contro le strutture statali.
Il nemico registra ogni tensione interna in Ucraina, prende un fatto reale (per esempio la corruzione nella VLK o l'ennesimo caso di «busificazione») e lo gonfia fino alle proporzioni di una catastrofe, convincendo i cittadini che il loro Stato è un nemico da cui bisogna nascondersi.
Tuttavia il risultato più pericoloso e, purtroppo, più grande delle operazioni informative russe a oggi è il tentativo di contrapporre l'esercito alla società.
Per il Cremlino è un trionfo strategico. Nel 2022 l'unità del popolo e dell'esercito era assoluta: l'esercito era carne della carne della società, il suo orgoglio e la sua difesa. Oggi il nemico distrugge questo legame passo dopo passo. Attraverso la diffusione di video con fermi brutali, attraverso la propagazione di stereotipi sui «veterani mentalmente instabili» e attraverso l'enfasi sull'assenza di vie d'uscita dal servizio, la Russia trasforma l'immagine del militare ucraino agli occhi di una parte dei civili, da «difensore ed eroe» a «minaccia».
Di conseguenza si produce l'effetto opposto: i militari al fronte, sfiniti da anni di servizio, iniziano a percepire la distanza e l'indifferenza del fronte interno, mentre i civili nelle retrovie iniziano a percepire i TCK e le istituzioni dell'esercito come un apparato repressivo.
La riforma dei TCK e il ripristino della giustizia non sono solo una questione di comodità dei cittadini, ma una questione di sopravvivenza dello Stato. Ogni giorno in cui si conserva il vecchio e corrotto sistema di coercizione è lavoro diretto a favore della strategia russa di divisione.
La via verso la soluzione del problema: dai rattoppi puntuali al ripensamento sistemico
Qual è la via d'uscita dalla situazione creatasi? La risposta è ovvia: le azioni mirate, i rimpasti cosmetici del personale, l'ennesima sostituzione dei capi di singoli TCK o i clamorosi ma isolati arresti di corrotti sono, certo, necessari, ma non aiuteranno. Creano solo l'illusione temporanea di combattere i sintomi, lasciando intatta la malattia stessa.
Il paese ha bisogno esclusivamente di una soluzione complessiva e sistemica del problema a livello statale. La mobilitazione e il funzionamento delle Forze di difesa non possono esistere avulse dalla realtà giuridica, economica e sociale.
Prima di tutto, la società ucraina nel suo insieme – e ogni singolo cittadino in particolare – deve comprendere chiaramente e ripensare il ruolo e il posto delle Forze armate dell'Ucraina e delle Forze di difesa nella protezione dello Stato. L'esercito non è una casta separata e isolata che combatte da qualche parte, né un organo repressivo che «dà la caccia» alla gente nelle retrovie. Le Forze di difesa sono il principale strumento di sopravvivenza della nazione, lo scudo che regge la possibilità stessa dell'esistenza dell'Ucraina. Tuttavia questo strumento non può funzionare efficacemente se l'intero sistema e il meccanismo di interazione dei cittadini con lo Stato sono rotti.
L'interazione tra cittadino, Stato ed esercito deve fondarsi sulla sistematicità. Ogni cittadino deve vedere il proprio percorso chiaro nella struttura complessiva della difesa — dallo specialista civile allo specialista militare, tenendo conto delle sue competenze, della sua istruzione e del reale stato di salute. L'esercito deve diventare un'efficace corporazione di protezione, in cui la persona è una risorsa preziosa e non un'unità statistica per un rapporto.
Se lo Stato esige dal cittadino l'adempimento del dovere costituzionale, in cambio deve garantire standard giuridici solidi come il cemento armato: una formazione di qualità, un approvvigionamento adeguato, un comando competente e termini di servizio chiari.
Il ruolo delle Forze di difesa dell'Ucraina nella protezione dello Stato è di portata nazionale. Ciò significa che il meccanismo di reclutamento dell'esercito deve essere uguale per tutti. La società tornerà a credere nell'importanza delle Forze armate dell'Ucraina solo quando vedrà che il sistema di interazione tra Stato e cittadino funziona a prescindere dallo spessore del portafoglio o dalle cariche negli uffici del potere.
Non basta sostituire le scartoffie con i computer nei TCK: bisogna cambiare la filosofia dei rapporti tra l'ucraino e il suo Stato durante la guerra.
Comunicazione senza paura e pulizia del sistema: l'esperienza come nuovo standard
Il fondamento di un riavvio complessivo deve essere un cambiamento radicale della politica informativa del dicastero della Difesa. Lo Stato e i vertici militari non devono temere di parlare apertamente e onestamente con la propria società. I tentativi di mettere a tacere i mali interni trincerandosi dietro la frase «non è il momento» non fanno che favorire le operazioni psicologiche nemiche (IPSO) e approfondire l'abisso della sfiducia.
In questo contesto, un esempio estremamente positivo ed emblematico è la posizione del Comandante in capo delle Forze armate dell'Ucraina. Il fatto che il comandante in capo parli apertamente dei problemi — dai guasti sistemici nella mobilitazione agli incidenti clamorosi sul posto — fissa uno standard del tutto nuovo di comunicazione statale. Ciò rompe con la vecchia tradizione sovietica di «non lavare i panni sporchi in pubblico».
Di più, questa apertura è rafforzata da dure misure amministrativo-giuridiche: ordini diretti di trasmettere il materiale sugli illeciti all'Ufficio statale di investigazione (DBR). Un simile approccio dimostra alla società che l'alto comando dell'esercito non intende coprire i «propri» ed è interessato alla pulizia della struttura non meno dei comuni cittadini.
Per riconquistare la fiducia nell'istituzione della mobilitazione e nell'esercito in generale, questa direzione deve diventare totale. La bonifica del sistema deve basarsi su due regole incrollabili: i corrotti dietro le sbarre, i loro beni al fronte. Qualsiasi funzionario del TCK o della commissione medica militare (VLK) che si arricchisce con tangenti per rinvii o «congedi» deve diventare imputato in procedimenti penali dell'Ufficio statale di indagine (DBR), con sospensione immediata, confisca dei beni e un processo pubblico. La giustizia deve essere visibile.
Le persone che violano la legge, usano violenza contro i civili durante la mobilitazione o – cosa ancora più grave – maltrattano i propri subordinati nei reparti militari non devono semplicemente perdere la carica. Devono rispondere di una severa responsabilità penale. Un comandante o un commissario militare che si è sentito un «signore feudale» deve diventare automaticamente imputato.
Il nucleo sano dell'esercito aspira esso stesso al cambiamento e conduce la lotta contro i parassiti delle retrovie e interni del sistema. La bonifica attraverso il DBR e un dialogo onesto sono l'unico modo per dimostrare ai civili che l'esercito combatte per uno Stato di diritto ed è esso stesso pronto a vivere secondo la legge.
La ripartizione delle funzioni durante una guerra totale: l'esercito combatte, lo Stato e il popolo provvedono
Tutti i problemi precedenti – dalla violenza di strada dei TCK alla carenza di mezzi nei reparti – sono la conseguenza della violazione della regola principale e fondamentale del funzionamento di uno Stato in guerra. Questa regola deve essere scolpita nella pietra a livello di strategia nazionale: le Forze armate dell'Ucraina e l'esercito nel suo insieme devono esclusivamente combattere e prepararsi alla guerra!
I militari non dovrebbero pensare a dove procurarsi la carta per la stampante nelle retrovie, a come elemosinare droni ai volontari o a come organizzare da soli una complessa logistica di rifornimento. Tutto, senza eccezioni, devono garantirlo in modo incrollabile lo Stato e il popolo.
Dobbiamo ricordare e finalmente far funzionare a pieno regime il principio fondamentale della nostra Indipendenza. La difesa della sovranità e dell'integrità territoriale dell'Ucraina e la garanzia della sua sicurezza economica e informativa sono le funzioni più importanti dello Stato, affare dell'intero popolo ucraino.
Pertanto, la mobilitazione di fronte a una minaccia esistenziale non può essere affare dei soli uffici di leva o di un singolo ministero. Deve essere totale e onnicomprensiva. Ma totalità non significa che ogni persona debba essere gettata in trincea con un fucile. Totalità è la mobilitazione completa e sistematica di tutte le risorse del Paese, in cui ogni istituzione, ogni funzionario e ogni fabbrica lavorano per un unico obiettivo.
Gli organi del potere statale, i ministeri, le agenzie e gli organi di autogoverno locale (dai capoluoghi regionali alle più piccole comunità, OTH) in tempo di guerra sono obbligati a smettere di giocare alla «vita di pace» e alla posa dei sampietrini. La loro unica funzione oggi è rifornire l'esercito e ogni unità da combattimento di tutto il necessario al 100 %.
Questo sistema di interazione deve basarsi su quanto segue. Lo Stato deve garantire Leggi e Standard chiari ed efficaci. Nessuna formulazione vaga. Servono meccanismi trasparenti di esonero, regole eque di rotazione, norme chiare di approvvigionamento e una rigorosa responsabilità per il loro mancato rispetto.
Un'unità di combattimento deve ricevere tutto il rifornimento regolamentare in automatico, e non attraverso un sistema di «strappi» o di raccolte dei volontari. Mezzi pesanti e armamento — in tempo e con manutenzione. Equipaggiamento di qualità — secondo i più alti standard di protezione per ogni combattente. Superiorità tecnologica — la fornitura ininterrotta e massiccia di droni da ricognizione e d'attacco, UAV, mezzi di guerra elettronica e di comunicazione direttamente dagli stabilimenti statali e tramite contratti statali.
L'esercito dà allo Stato ciò che ha di più prezioso: la vita e la salute dei propri soldati. Lo Stato, a sua volta, è tenuto a dare all'esercito tutte le sue risorse, tecnologie e capacità gestionale. Solo una simile parità e il rispetto della legge possono trarci dal vicolo cieco e garantire una prontezza reale, e non cartacea, a una lotta prolungata.
Decentralizzazione della mobilitazione: la comunità come centro di approvvigionamento, coordinamento e controllo
Perché questo ampio sistema funzioni, la società deve cambiare il proprio ruolo da osservatore passivo o vittima a quello di committente attivo. I cittadini devono pretendere con fermezza dallo Stato che faccia tutto per l'esercito, invece di aspettare che i funzionari delle retrovie si organizzino da soli. E lo strumento più efficace di una simile richiesta è il ritorno del processo di mobilitazione a livello delle comunità locali.
Ogni unità militare (brigata, battaglione) deve essere chiaramente legata a una specifica comunità territoriale e ai soggetti dell'attività imprenditoriale (SPD) del luogo in cui viene costituita. Ciò crea un legame diretto e vivo. La comunità e le imprese locali sanno esattamente chi hanno mandato al fronte: sono i loro vicini, parenti, conterranei. La comunità adotta la «propria» unità e la rifornisce direttamente di tecnologie aggiuntive, droni e beni di uso quotidiano, aggirando i labirinti burocratici delle amministrazioni centrali.
L'attuale sistema dei TCK e SP in divisa si è screditato con la forza e la corruzione. La via d'uscita sta in una riforma radicale dell'istituzione. Le funzioni di mobilitazione e di registrazione devono essere trasferite interamente alle amministrazioni civili-militari (VCA) e agli organi di autogoverno locale.
Le amministrazioni civili dispongono di un'infrastruttura già pronta, centri TsNAP, registri demografici e accesso diretto alla popolazione. Quando la mobilitazione è gestita dal potere civile della comunità, il processo perde i tratti di una «caccia dell'esercito» e diventa una procedura amministrativa trasparente. I cittadini diventano partecipanti attivi della mobilitazione e non i suoi bersagli.
Il principale vantaggio della decentralizzazione è che a livello di paese o di quartiere gli abitanti si conoscono tutti. Il controllo sociale sul posto funziona meglio di qualsiasi reparto punitivo. La comunità sa benissimo chi ha davvero diritto a un rinvio e chi si sottrae apertamente al dovere con l'aiuto delle tangenti. I residenti sanno dove si nascondono coloro che hanno commesso un allontanamento non autorizzato dal reparto (SZCh). Sono proprio l'autorità e la pressione della comunità, che non vuole che al posto di un disertore vada al fronte il padre o il figlio di qualcun altro, a poter riportare le persone nel quadro legale. La comunità può e deve individuare e condurre da sé i trasgressori, difendendo la propria giustizia.
Ma questo controllo deve essere bilaterale. La comunità che manda i propri uomini nell'esercito ottiene il diritto legittimo di controllare rigorosamente l'organizzazione dell'Addestramento militare di base (BZVP). Parenti e rappresentanti della comunità devono avere accesso al monitoraggio delle condizioni nei centri di addestramento: come si istruisce, cosa si dà da mangiare, se i combattenti sono dotati di tutto il necessario. Se il «centro di addestramento» maltratta le persone o le prepara solo sulla carta, la comunità è la prima a dare l'allarme e, tramite le amministrazioni militari-civili, blocca tali processi.
Trasferire la mobilitazione sotto il controllo delle comunità e delle Amministrazioni militari-civili è l'unico modo per strappare il sistema dalle mani dei corrotti commissari militari. Quando l'esercito combatte, il potere civile organizza il processo e la comunità garantisce e controlla la giustizia, l'Ucraina otterrà quella difesa totale, consapevole e onnicomprensiva, capace di fermare qualsiasi nemico.
Mobilitazione totale del sistema: gli agenti delle forze di sicurezza nelle unità d'assalto e l'assegnazione delle regioni ai corpi d'armata
Per ripristinare l'assoluta giustizia sociale e risolvere il problema della carenza di organico delle Forze armate dell'Ucraina, lo Stato deve compiere un passo che finora non ha osato compiere. La riserva di mobilitazione del paese non si nasconde nei mercati o sugli autobus: si trova negli uffici, nei tribunali e negli apparati di sicurezza. Il concetto di «caste intoccabili» deve, in una guerra totale, essere eliminato come fenomeno.
Tutti, senza eccezione, i dipendenti pubblici, le forze dell'ordine e i rappresentanti del blocco della sicurezza devono condividere la sorte del proprio popolo. La procedura deve essere chiara e senza alternative. Assolutamente tutti i funzionari degli organi del potere statale, gli agenti della Polizia nazionale, del BEB, del NABU, della dogana, nonché il personale delle strutture di vigilanza di qualsiasi forma di proprietà e subordinazione, devono essere iscritti al cento per cento nel registro unico. Lo stesso vale per tutti i giudici in carica, il personale delle cancellerie dei tribunali e i giudici in pensione. Meritano attenzione a parte gli ex dipendenti e i giovani pensionati abili al lavoro del MVS, dell'SBU, del DSNS e di altri enti, che percepiscono pensioni statali ma possiedono capacità di combattimento o professionali. Per cominciare, tutti loro sono tenuti a seguire un vero Addestramento militare di base (BZVP).
Al termine dell'addestramento, queste categorie di cittadini devono essere chiamate a ricoprire incarichi di truppa direttamente nelle unità d'assalto combattenti. Le persone che per anni hanno rappresentato il potere statale, portato le armi o amministrato la giustizia nelle retrovie devono dimostrare personalmente la propria fedeltà allo Stato sulla prima linea di difesa. Ciò toglierebbe all'istante la questione della tensione sociale e darebbe al fronte centinaia di migliaia di combattenti fisicamente preparati, disciplinati e istruiti.
Parallelamente, l'interazione tra fronte e retrovie deve ricevere un chiaro ancoraggio geografico e finanziario che garantisca la stabilità dell'esercito. Tutte le imprese e i soggetti dell'attività imprenditoriale della regione vengono assegnati per legge a determinate brigate da combattimento. Il collegamento diretto è tenuto da un triangolo: il comandante dell'unità (comandante di brigata) – il capo dell'amministrazione militare-civile – i dirigenti delle imprese. La brigata riceve un finanziamento diretto e aiuti materiali dalle imprese della propria regione, aggirando le sovrastrutture corrotte.
A ogni oblast (o gruppo di regioni) viene assegnato un concreto corpo d'armata. L'oblast diventa la base logistica di retrovia di quel corpo. Le amministrazioni civili-militari e le comunità locali sono pienamente responsabili del reclutamento, dell'addestramento, delle cure, della riabilitazione e della garanzia di rotazioni regolari dei combattenti di quel corpo. La comunità sa con esattezza: «dobbiamo sostituire i nostri conterranei sulle posizioni tra X mesi, perciò prepariamo un nuovo turno».
Chi torna dal fronte dopo aver prestato i periodi di servizio stabiliti o per motivi di salute non deve finire ai margini della vita. Le imprese assegnate e le autorità locali garantiscono loro un'occupazione immediata, l'adattamento e il mantenimento di un livello di reddito dignitoso. Il soldato deve sapere che la comunità lo attende non con i fiori, ma con un posto di lavoro pronto.
Il potere non deve limitarsi a punire i renitenti, ma mobilitare le forze dell'ordine, i funzionari e i giudici, creando parallelamente una nuova, logica struttura «comunità-autorità-brigata». Questo cambia completamente l'architettura della difesa del Paese, rendendola giusta, trasparente e vitale.
L'inevitabilità delle sanzioni e il ritorno alle origini: la filosofia dello Stato cosacco
L'ultimo, ma fondamentale, elemento della riforma proposta è l'introduzione di un sistema totale e rigoroso di responsabilità. Il sistema funzionerà soltanto quando sanzioni e pene colpiranno non solo il comune disertore, ma chiunque con le proprie azioni, la propria inerzia o un interesse corrotto comprometta la capacità difensiva del Paese.
L'informatizzazione del processo deve diventare sempre più precisa, trasparente e senza compromessi. Invece di una caccia caotica per le strade, lo Stato deve applicare leve giuridiche ed economiche chiare. In particolare, le persone che ignorano le richieste legittime e si sottraggono al censimento finiscono automaticamente in registri elettronici aperti dei trasgressori. Ciò comporta una piena limitazione dei diritti civili: il blocco dei conti, il divieto di qualsiasi operazione sui beni e la revoca della patente di guida e del diritto ai servizi pubblici.
Una rigorosa responsabilità giuridica (sia finanziaria sia penale) deve estendersi ai parenti, ai locatori o ai datori di lavoro che consapevolmente offrono riparo o lavoro a persone ricercate. Allo stesso tempo, se gli organi competenti delle amministrazioni civili-militari o della polizia mostrano inerzia nell'individuare i trasgressori sul proprio territorio, i responsabili di queste strutture devono essere immediatamente rimossi dall'incarico per inidoneità al servizio.
La punizione più dura deve ricadere sui funzionari che prendono denaro per «chiudere un occhio», rilasciare certificati fittizi o semplicemente promettono di «sistemare la faccenda» e lasciano il trasgressore fuori dall'attenzione del sistema. In tempo di guerra è alto tradimento diretto.
Inoltre, se il comando di un poligono o gli istruttori trattano con negligenza l'addestramento dei combattenti, mandando al fronte persone non addestrate, devono essi stessi essere immediatamente privati dei gradi e trasferiti nei reparti d'assalto come soldati semplici. Il sangue del soldato è sulle mani di chi non lo ha addestrato.
Ma la conclusione principale è che la vittoria in questa guerra esistenziale può essere conseguita solo facendo rinascere il codice cosacco ucraino. Perché tutti i registri digitali, le leggi e gli algoritmi amministrativi sono soltanto strumenti tecnici. Da soli non vinceranno la guerra. La cosa principale che dobbiamo cambiare è la filosofia con cui percepiamo lo Stato e il dovere.
L'Ucraina vincerà solo quando ricorderemo chi siamo per natura. Ci serve uno Stato cosacco e metodi cosacchi. Alla base della repubblica cosacca c'erano sempre principi ferrei che oggi abbiamo il dovere di ripristinare. Il cosacco (il combattente) è il valore supremo e una persona rispettata, mentre un corrotto delle retrovie o un codardo è un reietto senza diritto di parola. Davanti al nemico erano tutti uguali, dall'atamano e dal colonnello fino al cosacco semplice. Nessun figlio di papà, nessun clientelismo, nessun riscatto. Il tradimento, la codardia o il furto ai compagni venivano puniti senza pietà e all'istante.
L'unione di una moderna e precisa trasparenza digitale con l'intransigente spirito cosacco di giustizia, temprato nei secoli, è l'unico algoritmo che porterà l'esercito e il potere ucraini fuori dal vicolo cieco. Solo quando la difesa della Patria tornerà a essere un onorevole diritto cosacco per tutti, e non un fardello imposto ai poveri, l'Ucraina otterrà la sua agognata e giusta Vittoria.
